Articoli Recenti

Un bel documentario su ZDF…in tedesco! Ma vale…

Guardatelo lo stesso al minuto 25 circa, e comunque si capisce di ciò’ che si parla….!

 

https://www.zdf.de/dokumentation/terra-x/kielings-wilde-welt-die-letzten-ihrer-art-100.html


Ecco i 5 cuccioli appena salvati! Recuperati dal #CCF!#Cheetah Cubs#rescued by#CCF!

Un breve video di Laurie Marker che documenta il salvataggio dei 5 cuccioli di 4 mesi circa che sono stati recuperati dal personale, dopo che la madre, purtroppo, è stata uccisa forse da cacciatori.

Attualmente i cuccioli stanno bene, crescono bene e non hanno problemi di nessun tipo.

Molto probabilmente non sarà possibile rimetterli in libertà data l’età, ma è presto per dirlo…

Buona giornata a tutti!

Ecco i 5 cuccioli salvati dal CCF!

Ecco i 5 cuccioli salvati dal CCF!


Il ghepardo asiatico: a rischio assoluto

Il ghepardo asiatico è stato considerato una sottospecie di ghepardo per molto tempo. Nel settembre 2009, Stephen J. O’Brien del Laboratory of Genomic Diversity del National Cancer Institute dichiarò che esso è geneticamente identico al ghepardo africano e che le due popolazioni si separarono circa 5000 anni fa, un lasso di tempo troppo breve per garantire una differenziazione a livello sottospecifico.
Al contrario, i risultati di una ricerca genetica durata cinque anni che ha comportato l’analisi di campioni di DNA prelevati da esemplari in natura, animali ospitati negli zoo e campioni museali provenienti da otto Paesi indicano che i ghepardi africani e asiatici sono geneticamente distinti. I confronti delle sequenze molecolari suggeriscono che essi si separarono tra 32.000 e 67.000 anni fa e che la differenziazione sottospecifica ha avuto il tempo di attuarsi. Le popolazioni presenti in Iran sono considerate gli ultimi rappresentanti rimasti del lignaggio del ghepardo asiatico.

Minacce
La riduzione del numero delle gazzelle, la persecuzione diretta, il cambiamento di utilizzo del terreno, il degrado e la frammentazione dell’habitat, e la desertificazione hanno contribuito al declino del ghepardo. Secondo il Dipartimento dell’Ambiente dell’Iran, il peggioramento della situazione è avvenuto soprattutto tra il 1988 e il 1991. La riduzione del numero delle prede è una conseguenza del sovrapascolo (overgrazing) causato dal bestiame introdotto e della caccia alle antilopi. Le prede si allontanano quando i pastori penetrano con le loro mandrie all’interno delle riserve di caccia.

Anche lo sfruttamento minerario e la costruzione di strade in prossimità delle riserve sono una minaccia per la popolazione. Carbone, rame e ferro sono stati estratti in tre diverse regioni dell’habitat del ghepardo nelle zone centrali e orientali dell’Iran. Si stima che le due regioni in cui vengono estratti carbone (Nayband) e ferro (Bafq) ospitino le popolazioni di ghepardo più numerose al di fuori delle aree protette. Lo sfruttamento minerario in sé non costituisce una minaccia diretta per i ghepardi, ma la costruzione di strade e il traffico che ne risulta hanno reso l’habitat del ghepardo accessibile agli esseri umani, bracconieri compresi. Attraverso le regioni di confine con l’Afghanistan e il Pakistan (provincia del Belucistan) passano i sentieri percorsi da fuorilegge armati e trafficanti d’oppio, attivi nelle regioni centrali e occidentali dell’Iran. Secondo quanto affermò Asadi nel 1997, la fauna di questa regione desertica ha sofferto una caccia incontrollata da parte di gruppi armati che i governi dei tre Paesi non sono riusciti a tenere sotto controllo[19]. Riguardo la situazione attuale della specie nella regione non vi sono dati disponibili.

Attualmente, in Iran vivono tra i 40 e i 70 ghepardi asiatici. Morteza Eslami, a capo della Iranian Cheetah Society (ICS), confessò a Trend News Agency nel novembre 2013 che la sopravvivenza dell’animale è tutt’altro che assicurata. Nel 2012-13, due terzi delle morti dei ghepardi avvennero a causa di incidenti stradali. I tentativi di fermare la costruzione di una strada nel cuore dell’area protetta di Bafq non hanno avuto successo. Nel febbraio 2015, è stato affermato che gli incidenti stradali sono i responsabili del 40% dei decessi.

Conservazione
Il ghepardo asiatico viene oggi considerato gravemente minacciato dalla Lista Rossa degli Animali Minacciati della IUCN. In seguito alla rivoluzione iraniana del 1979, non è stata data molta importanza alla conservazione della natura, ma negli ultimi anni l’Iran ha portato avanti vari programmi per cercare di preservare la popolazione rimanente. Il Dipartimento dell’Ambiente dell’Iran, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) e il Fondo Mondiale per l’Ambiente (GEF) hanno lanciato il Conservation of the Asiatic Cheetah Project (CACP), istituito per preservare e riabilitare le aree ancora popolate da questa specie in Iran. Alcuni sopralluoghi effettuati da Asadi nella seconda metà del 1997 hanno indicato che per far sì che il ghepardo asiatico possa sopravvivere, è necessario riabilitare le popolazioni di altre specie, in particolare le gazzelle, e l’habitat dell’animale.

La Wildlife Conservation Society (WCS) e il Dipartimento dell’Ambiente dell’Iran (DoE) intrapresero un programma di monitoraggio tramite radiocollari nell’autunno del 2006. Questi appositi collari GPS forniscono informazioni sui movimenti del felino. Le sanzioni internazionali hano reso alcune semplici azioni, come procurarsi delle fototrappole, alquanto difficile.

Nel 2006, l’Iran ha dichiarato il 31 agosto Giornata della Conservazione del Ghepardo: in questa data il pubblico viene informato sui programmi di conservazione che riguardano la specie. Nel 2013, venne rilasciata la notizia che l’immagine del ghepardo poteva comparire sulle maglie della nazionale di calcio iraniana durante i mondiali del calcio del 2014. La FIFA approvò il disegno il 1° febbraio 2014. Nel maggio 2015, il Dipartimento dell’Ambiente ha annunciato piani per quintuplicare la multa per chi uccide un ghepardo a 100 milioni di toman (circa 30.000 dollari).

Progetti
Corsi di formazione per pastori: È stato stimato che nell’area protetta di Bafq vivano dieci ghepardi. Secondo la Iranian Cheetah Society (ICS), i pastori generalmente confondono i ghepardi con altri carnivori di simili dimensioni, quali lupi, leopardi, iene striate e perfino caracal e gatti selvatici. Sulla base dei risultati delle ricerche sul conflitto con questi animali, nel 2007 venne sviluppato un apposito corso di formazione per pastori, nel quale veniva spiegato come identificare correttamente il ghepardo e altri carnivori, dal momento che sono soprattutto questi ultimi a provocare vittime tra il bestiame. Questi corsi furono il frutto della cooperazione tra l’UNDP/GEF, il Dipartimento dell’Ambiente dell’Iran, la ICS e le comunità di cinque principali villaggi di questa regione.

Gli Amici dei Ghepardi:

Un altro programma di sviluppo nella regione è stata l’istituzione degli Amici dei Ghepardi, gruppi costituiti da giovani che, dopo un breve corso istruttivo, sono in grado di educare la popolazione e organizzare eventi che hanno come tema principale il ghepardo, divenendo così un esempio di informazione in materia di ghepardi per un certo numero di villaggi. I giovani hanno manifestato un crescente interesse per la questione dei ghepardi e la conservazione di altri animali.

Conservazione ex-situ:

L’India, dove il ghepardo asiatico è ormai estinto, è interessata a clonare il ghepardo per poterlo così reintrodurre nel Paese. In un primo momento l’Iran – il Paese donatore – sembrava ben disposto a partecipare al progetto, ma successivamente si è rifiutato di inviare un maschio e una femmina di ghepardo o di consentire agli esperti di raccogliere campioni di tessuto da un ghepardo ospitato in uno zoo del Paese. Nel 2009, il governo indiano ha preso in esame il progetto di reintrodurre ghepardi provenienti dall’Africa fatti riprodurre in cattività.

Nel 2014, un ghepardo asiatico è stato clonato per la prima volta da alcuni scienziati dell’università di Buenos Aires. L’embrione, tuttavia, non è nato.

Riproduzione in semi-cattività
Nel febbraio 2010, l’Agenzia di stampa Mehr e Payvand Iran News rilasciarono le foto di un ghepardo asiatico in quello che sembrava un grosso recinto di rete metallica all’interno dell’habitat naturale della specie; nell’articolo veniva indicato che le foto erano state scattate in un «Centro di Ricerca e Riproduzione in Semi-cattività» nella provincia di Semnan. L’esemplare ritratto era ricoperto dal manto invernale, costituito da peli più lunghi. Un’altra notizia riportata indicava che il centro ospita circa dieci ghepardi asiatici in un ambiente semi-selvaggio protetto tutto intorno da reti metalliche.

I guardaparco della riserva naturale di Miandasht e del Parco nazionale di Khar Turan hanno allevato alcuni cuccioli orfani. Nel maggio 2014, i funzionari hanno affermato di voler mettere insieme una coppia di esemplari adulti nella speranza che possano dar vita a dei cuccioli, pur riconoscendo che la specie non si riproduce facilmente in cattività.

Nel marzo 2015, una coppia di ghepardi adulti facenti parte di un programma di riproduzione in cattività è stata trasferita nei pressi della Torre Milad a Teheran.

Proposte di reintroduzione
I ghepardi hanno vissuto in India per moltissimo tempo, ma la caccia e altri fattori hanno portato alla loro scomparsa nel Paese negli anni ’40. Recentemente il governo indiano ha preso in esame la proposta di reintrodurre in natura questi animali. In un articolo comparso a pagina 11 su Times of India di venerdì 9 luglio 2009, si parlava del progetto di importare alcuni ghepardi in India, dove sarebbero stati fatti riprodurre in cattività. Il ministro dell’ambiente e delle foreste, Jairam Ramesh, affermò il 7 luglio 2009 alla Rajya Sabha – il consiglio degli stati del Parlamento indiano – che «il ghepardo è l’unico animale dichiarato estinto in India nel corso degli ultimi 100 anni. Dobbiamo portarne alcuni dall’estero e ripopolare la specie». Ad esso rispose Rajiv Pratap Rudy del Bharatiya Janata Party (BJP): «Il progetto di riportare il ghepardo nel Paese, vittima della caccia indiscriminata e di altre cause, quali la difficoltà di far riprodurre la specie in cattività, è piuttosto audace, visti già i problemi che affliggono la conservazione della tigre». Due naturalisti, Divya Bhanusinh e M. K. Ranjit Singh, suggerirono l’idea di importare dei ghepardi sudafricani dalla Namibia. Secondo il piano, essi sarebbero stati fatti riprodurre in cattività in India e poi rilasciati in natura.

Nel settembre 2009, ad un seminario sulla reintroduzione del ghepardo tenutosi in India, Stephen J. O’Brien affermò che i ghepardi africani e quelli asiatici sono geneticamente identici e che si sono separati solamente 5000 anni fa. Nella stessa occasione l’esperta di ghepardi Laurie Marker del Cheetah Conservation Fund (CCF) e altri studiosi consigliarono al governo indiano che era meglio far arrivare dei ghepardi dall’Africa, dove sono molto più numerosi, invece di cercare di ottenere alcuni dei rarissimi esemplari selvatici dall’Iran. Al seminario parteciparono inoltre il ministro indiano dell’ambiente e delle foreste, Jairam Ramesh, capi guardacaccia di Rajasthan, Gujarat,

Asiatic cheetah

Asiatic cheetah

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Nel maggio 2012, la corte suprema indiana ha sospeso i tentativi di introdurre ghepardi africani nel Paese a seguito della pubblicazione di più recenti studi genetici, secondo i quali ghepardi asiatici e africani si separarono tra 32.000 e 67.000 anni fa.


2013 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

A New York City subway train holds 1,200 people. This blog was viewed about 4,600 times in 2013. If it were a NYC subway train, it would take about 4 trips to carry that many people.

Click here to see the complete report.


African Safari 3D – un film-documentario di Ben Stassen

African Safari 3D - un film-documentario di Ben Stassen

La Eagle Picture Italia ha realizzato questo stupendo film in 3D e sponsorizza, durante l’anteprima a Milano, il Cheetah Conservation Fund.
Le riprese di Ben Stassen sono state realizzate al CCF. Da vedere! La data dell’anteprima a breve.


Un incendio al CCF – A Big Fire At CCF

SABATO 19 OTTOBRE 2013

PHOENIX – LA FENICE di Patricia Tricorache, CCF 

La mattina mi sveglio sempre con un grugnito, e nessun programma per la giornata…o piuttosto, il mio solo programma è quello di fare al meglio cio’ che faccio, e per essere al top, devo prima bere il mio caffé facendo le parole incrociate del New York Times per rimettere in funzione il mio cervello.

Mercoledi’ non era iniziato diversamente. Mi sono svegliata, mi sono diretta nella cucina di Laurie e Bruce, da ospite permanente degli ultimi due mesi, visto che continuo a rimandare la mia partenza dal CCF. Il caffè era particolarmente buono, mentre le parole incrociate particolarmente seccanti. Ho deciso che a quel punto potevo dare il meglio di me lasciandole perdere e dedicandomi ai miei compiti.

Per la prima volta da molte settimane, intorno a me tutto era silenzioso, e sono stata in grado di sedermi concentrandomi sul progetto che ho cercato di portare a termine da molto tempo. Mi sembrava di veleggiare con una morbida brezza su un oceano pieno di parole meravigliose e idee favolose.

Improvvisamente, il leggero venticello della mia immaginazione divento’ una violenta folata di vento, e poi di tuono. Bang! Un’esplosione in casa. I lampi illuminavano il cielo pomeridiano ancora luminoso. Qualcosa provocò l’interruzione delle linee telefoniche. Ho preso il mio cellulare e ho chiamato Brian, il nostro Capo Operativo. “ Sss…crac…rrr…E’ INCENDIATO!” Non sentii le prime parole, ma le ultime arrivarono forti e chiare, e mai avrei pensato che le avrei sentite nella mia vita. Il problema dei telefoni passo’ in secondo piano. Riattaccai con un debole “OK”, e mi precipitai nel recinto dove vivono i nostri ghepardi ambasciatori, di fronte al Memorial Garden di Chewbaaka.

Vidi alcuni colleghi entrare all’interno dei recinti alla mia sinistra – camminando piu’ velocemente del solito. Stavano recuperando i ghepardi? Si’, scoprii che li stavano evacuando dal Centro, che è il nucleo della nostra attività. Poi, una raffica di vento porto’ con sé un acre odore fino alle mie narici. Fumo. Quello brutto. Guardai verso l’alto e un incubo si presento’ ai miei occhi: alte fiamme, gialle, blu, arancioni crepitavano lungo la cima del nostro Centro Visitatori. Il meraviglioso tetto in paglia che costituisce il punto di riferimento per i visitatori che entrano al Centro stava bruciando. Qualcuno portava un cucciolo di Pastore dell’Anatolia che avevamo recentemente castrato fuori dalla Clinica. Capii che stavano mettendo in salvo gli animali.

Incendio al CCF 1

Le fiamme iniziano a lambire il tetto (Foto di Zoltan Szabo)

Le fiamme divampavano lentamente, o perlomeno cosi’ pensavo. Era quasi una visione romantica, vederle accarezzare il tetto mentre lo stavano lentamente divorando. Per uno strano caso, mi venne in mente una scena del film Alien, un mostro innamorato, ma pur sempre un mostro. Il mio proposito del mattino mi venne in mente mentre guardavo un collega, Chavoux, che a piedi nudi si arrampicava sul tetto, estintore alla mano, deciso a combattere il Mostro. Non fui l’unica ad apostrofarlo con parole poco gentili, nella speranza che scendesse da li’. Poi mi girai verso le persone che correvano avanti e indietro cercando di salvare il salvabile. Avrei fatto il possibile per aiutare. (continua)


International Anti Poaching Foundation

IAPF Drone Program

8034909441 96ee6cece7 oFor ALL enquiries regarding UAV’s please email:

ian.mackenzie-ross@iapf.org

 

Unmanned aerial vehicles (UAVs) are remotely operated light air vehicles that are able to fly completely autonomously as part of a pre-planned or manually altered flight plan.  They can carry a variety of sensors (including cameras) to enable a battlefield commander to have access to intelligence from beyond the field of view on the ground, thereby greatly improving situational awareness and preparedness to respond.
We are fighting a war against well-armed and informed poachers. In the context of reducing poaching in dangerous environments, UAVs provide a broad-reaching, safer and more cost-effective solution, allowing rangers to monitor a much greater mass of land whilst reducing their own exposure to dangerous and armed poachers.  In Africa, the rhino population has decreased significantly over the past few years due to poaching.   In order to save the rhino from extinction a collaborative effort is needed from wildlife groups, governments and the international community at large.  Rhino UAV aims to change the odds in favour of our endangered wildlife by enabling conservationists to have greater access to UAV technology and to provide education and training.
Our intension is to understand the specific requirements of a conservation area and then source and implement an appropriate UAV for that area, as well as other remote monitoring devices currently being developed.

 

Why Unmanned Aerial Vehicles (UAVs) over manned aircraft?

 

1.  UAVs can fly for longer periods at a time; meaning one drone could potentially fly for the whole night watching over borders and animal herds, feeding back live intelligence to operators. UAVs are ideal for this kind of work as they are able to carry out dull, repetitive missions over the same area time and time again, without tiring.

 

2.  UAVs are cheaper than manned aircraft – we are not talking about US military reaper drones or global hawks here – just basic systems than fly autonomously.

 

3. UAVs don’t expose a human pilot to the potential dangers of being fired at by poachers.

 

The Elephants of Niassa

  • To view 60 Minutes and Carte Blanch stories about the Elephants of Niassa follow these links:  mozambique safari  bird watching  travel adventures  wilderness camp

    60 Minutes ,Carte Blanche

  • To read a full report of the IAPF UAV program click here

The IAPF would like to thank Lugenda wilderness camp for their recent support whilst in Mozambique.
For more information about them visit www.lugenda.com

 

In the wild, far northern reaches of Mozambique lies one of the most remote and extraordinary places on the African Continent. Niassa Reserve is a vast wilderness area and home to an elephant population of 13,000. This population is under constant attack from uncompromising poachers, determined to supply the black market with ivory. I traveled to Lugenda Camp within Niassa in an effort to understand the situation. I had no idea the unmanned drones that I had last seen in Iraq, were lurking on the horizon just behind me.

It’s summer 2007. I’m hiding out in an abandoned aircraft hanger in southern Iraq. Today was a long one in which we narrowly escaped two roadside bombs reaching our destination. By nighttime, we can hear the unmistakable high-pitched motor of an unmanned drone patrolling the black sky above us. It’s seeking out the insurgent teams that would attempt to stop us again tomorrow with earth shattering explosions, sending molten fragments of metal our way at a rate of two kilometers per second. Once identified, a gun ship will neutralize the threat. The noise of the gunship engaging is what signals a completed mission. Without that confirmation, it’s easy to lie awake wondering what will be waiting for you in the morning. It’s Ramadan, and just before the call to prayer, we get the confirmation. The drone had fulfilled its role.

 

    

Fast-forward 5 years and I’m standing on the top of an inselburg in Niassa Reserve. My senses have been re-sharpened to the sounds and smells of the African Savannah. Already this week within a small radius, 6 elephants have been murdered. Heavily armed Tanzanian gangs cross the border illegally to take advantage of the infinite remoteness that engulfs us. We are burdened by a lack of resources that makes me want to scream with frustration to all of humanity. This morning I saw a dead elephant up close with its face cut away. I started to wonder; why could I have a drone flying over my head in Iraq protecting me, but these ancient creatures can’t drink from a watering hole without the threat of a heavy calibre bullet ripping through soft tissue, skull and eventually brain matter?

I no longer wear the uniform, fully complimented with all the ‘fruit’ hanging off it that would make an advance on any insurgent position a better than average chance of success. We don’t have a helicopter gunship. I’m in bare feet, my hair has grown out and there is an old Czech made AK-47 with worn wooden grips at my side. I haven’t been deployed by any force and no longer take home a wage. This is a war being fought by a select few and there are no joining papers to sign. All that exists is deep understanding of what needs to be done.
It is in Niassa where we will join the race to implement the technology into conservation that has revolutionized the way things are done on the regular battlefield. We are entering the Drone Age. In the past decade, a trillion dollar mobile phone industry has made technology previously reserved for the military, now accessible for civilian application. Riding on the coattails of this revolution, we do our best to gain momentum for the use of advanced technology in conservation. “Pilotless aircraft have changed fighting much as night-vision technology did in the 1980s and 1990s,” stated Col. John Burke, project manager for the Army’s UAV program back in 2006. “It’s very seldom that you see a revolution in warfare like this.”

I knew there were problems with elephant poaching in Mozambique. When I arrived in Niassa I met with Derek Littleton, a hardened Zimbabwean that manages Lugenda, a 4600 km2 conservation area. He has fought hard to preserve this area for 12 years now, but his resolve is constantly being challenged. To give you some perspective, Niassa is 42,000 km2, the 3rd largest reserve in Africa. This is the same size as Denmark, and larger that 114 other countries on the planet. Denmark has 73,000 km of roadway. Niassa has around 2000 km, making most areas inaccessible by vehicle.
Compiling one of the largest conservation areas of Miombo woodlands in the world, it is also the most ecologically diverse area of Mozambique – A country now booming back to life after 15 years of civil war. Niassa is often described as one of the last wild places on the African continent, with most areas untamed by man. It is the most extraordinary place I have ever seen. The limited visitors that do make it here experience something that few will ever know of.

Niassa has built up fantastic wildlife populations thanks to hard work by dedicated conservationists such as Anabela Rodrigues who has administered Niassa for the past 12 years. The Wildlife Conservation Society’s new government contract also gives hope for a prosperous future. The elephants of Niassa however are now under extreme and constant threat. Chinese contracts to log the ancient forests surrounding the Reserve have greatly increased their presence in the area. Subsequently, the interest for ivory is unshakable; like a moth to the light. As the threat surges, the resources become increasingly limited and something ‘out of the box’ is required. Last year 1372 new elephant carcasses were counted in the reserve since the previous survey of 2009. Anabela Rodrigues who has administered Niassa for SNR recognizes that “this is a very serious poaching trend.” According to Derek, “In 2012 the trend has worsened and up to 6 elephants a day are being poached in the reserve.”

Elephants, the worlds largest land mammals, are tremendously sophisticated creatures. They posses extraordinary intelligence and live amongst complex social structures, capable of adapting to vastly contrasting surroundings. Regarded as a keystone species, they play a vital role in shaping Africa’s habitats and disperse seeds across their wide ranges. These seeds lead to the forests of tomorrow that give us the air we breathe. They also attract tourists from across the globe that inject funding and support extensive employment. Despite this, they face a multitude of serious threats; most recognized being the illegal killing for ivory. Despite a 23-year international ban on trade in ivory, they continue to be shot for their prized tusks, with most of the material ending up on sale in Asia.

When Simon Beart approached me in Melbourne in early 2012 and said he would like to build drones for the IAPF, I politely replied, as I generally do, and forgot about it. I’ve had plenty of these offers in the past. Running a not-for-profit I have a simple formula that helps me avoid disappointment. 95 people out of a hundred that offer you help, never come through. The faster I can reply to these 95 people, the quicker I get to my 5 – The really dedicated ones.

Two days after arriving to meet Derek’s team in Niassa I received an email from Simon saying he was a week away from being airborne. The cogs immediately began to turn. We started the logistical task of completing the drones and bringing them to Africa. A drone would be good, but it wouldn’t be enough. We needed an additional capability and there was only one place to go for this. Flir lead the market in lightweight, thermal imaging cameras, suitable for the exact thing we were doing. A thermal imaging camera displays an area in 2 dimensions. It distinguishes everything in layers depending on the heat signature that it puts out. A human being against the night backdrop of the Africa bush is perfect illustration of white on black.

The drones we are using are small in comparison to a Predator UAV (Unmanned Aerial Vehicle) that routinely patrols the skies anywhere the United States has an interest in. But it has a purpose. It’s a great example of what technology should be: smaller, lighter, easier to function, sophisticated and cheaper. Gyroscopes, which measure rates of rotation; magnetometers, which act as digital compasses; pressure sensors, which measure atmospheric pressure to calculate altitude; accelerometers, to measure the force of gravity – all the capabilities of these technologies are now embedded in tiny chips that you can buy at an electrical store. Global Positioning Systems which cost tens of thousands of dollars in the 90’s are now a thumbnail size device and cost as little as $10.

In Niassa, the drone allows us to have eyes on the target, to see things out in front of us and in places we don’t have the resources to get to. Previously we would walk around, waiting to bump into something. Now, we peek over the horizon. The drone can provide day or night aerial intelligence, surveillance, target acquisition, and reconnaissance. Real-time intelligence is everything in an operational environment. Having this far exceeds locating a 2-day old footprint or worse still, the mutilated carcass of an animal. Having the resources to follow up on intelligence is critical too. If we can cover with a drone in a few hours what a ground team covers in a week why not extract some of the rangers from from the field. They can then be trained as a specialist reaction unit and on constant standby to respond to real time intelligence.

As trials begin, the complex list of unforseen problems in one of Africa’s most remote areas becomes evident. 3 days into operations, we crash and badly damage the first drone; the wings ripped from the fuselage and the volatile battery packs destroyed. 90% of the problems we encounter are software related. Online support networks help us problem solve and we are soon airborne again.

Hours after re-entering operations, the drone locates the dying embers of a poachers campfire in the early hours of the morning. A radio call from Simon relays the position and Derek prepares his ground units for deployment. Stalking through the bush towards the target I wonder to myself how long it would have taken to locate this well hidden camp without the drone. Weapons raised, the raiding line closes the final 50 meters silently and takes the camp by surprise just after 5 am. A week earlier, a similar raid ended in a fire-fight with one ranger shot through the shoulder and one wounded poacher fleeing back to Tanzania. Of the 4 people in this camp, 2 have fishing licences. The other two are Tanzanian, have no paperwork, and poor excuses as to why they are in the area. They are arrested and taken to the nearest police headquarters 4 hours away for further questioning.

These types of small units are often responsible for poaching, moving weapons or ivory and informing colleagues of elephant movements in the area. They make up some of the 35,000 people living within Niassa’s boundaries. Numerous counterfeit fishing licences make the regulation of movement an almost impossible task. Many would consider these people to be poor. They are in comparison to Western Society, but relatively speaking, they lived simply and were comfortable. For many years they survived on a local trade system, not requiring money. They now see what they never had, and need it. Driving through villages I see shiny new motorbikes, iPhones and designer clothes; all undoubtedly purchased with the backing of the ivory trade. What complicates conservation further is that elephants here are considered vermin. Crop raids and fatalities as a result of human encroachment into wildlife areas create a constant divide between the two species. The poachers are doing the locals a great justice, and pocketing the consequence.

What is needed in Niassa as a fulltime drone with a long-range capability. This will help patrol the vast areas and channel the limited resources to where they can be off most effect. Envisage a drone, with a 20-hour endurance, flying endless grids across the Reserve. Live feedback is channelled through computer recognition software which is programed to alert staff of any incursions. The drone locks onto the target and guides ground teams into position whilst the entire incident is recorded. This type of capability will cost around US$130k. Many will argue the money could be much better spent in other places. I couldn’t think of a more worthy place. But I’m biased. Now imagine the capabilities of this technology injected into the Rhino Wars raging further south.

The Journey
In 2008 I left Iraq for good after 3 years of duty in the Sandpit. I had saved and invested considerably and could afford not to work for the foreseeable future, and that was the plan. Eager for adventure, I’d heard about the work of anti-poaching units some years earlier and earmarked it for a 6-month tour. I arrived in Africa at the beginning of 2009 aged 29. It was in Zimbabwe where the purpose of my journey through life really hit home. I was face-to-face with the harsh reality of rangers on the front line, with little resources, trying to defend a global treasure from a determined enemy. It was not something I could ever turn my back on. I grit my teeth, liquidated my assets and set up the International Anti-Poaching Foundation.

The seed for my frustration that would lead to the start of the IAPF was watching underpaid and underappreciated rangers sent out on missions in harms way. Before I set out on my first patrol in Zimbabwe, I knew already what was needed to win the battles these rangers faced on a daily basis. It’s not a hard one to pinpoint – Training, equipment, mentoring, institutional support and persistence. Taking my boots off after that first patrol, I boldly stated, “Access to the right technology would win this entire war.” The drones which had helped bring me home safely from Iraq, were at the top of my list. I spent the next three years working with rangers, training them, running operations and above all – learning. We built affiliations that gave us access to reserves, equipment and manpower. We established two training facilities to teach rangers. The experience reiterated that little has changed in decades when it comes to patrolling vast wilderness areas. It generally consists of a small team, with a weapon or two, basic rations and limited communications sent out on extended patrols.

I’m often asked how I can focus so hard on protecting animals when there are people suffering around the world. I ask them if they would have more of a problem with a dog digging up their flowerbed or a terrorist launching a chemical attack in their city centre. Both are at about the extreme levels of what animals and humans are intentionally capable of doing to really upset your day.

Over the past few years I have really started to struggle on a personal level with the way things are unfolding on a global scale. We now share a planet with 7 billion other people. All fighting hard each day for a better job, to build a grander house and drive a faster car. We spend more and more each waking moment to advance, to grow bigger, faster and stronger. We spend more protecting our own species than anything else on the planet. Healthcare, border protection, defence, disease cure and energy. We no longer live in a society. We live in an economy. In the short-sightedness of our quest to advance, we have foolishly pushed ourselves to a point where we are scrambling for solutions. We need to decide what is important and then make decisions that matter. This generation will be judged by our moral courage to protect what is right and every worthwhile action requires a level of sacrifice.

If we can justify spending a trillion dollars on advancing the way we talk to each other, then how do we make sure the use of this same technology is available for saving what our human march forward is destroying? Drones have been available for well over a decade for defence and energy. We must for now sit here grateful for the fact we have been able to build just two for the purpose of saving these magnificent elephants.

True wilderness areas are shrinking. They are a global asset. They were created for a reason and that is to preserve what little we have left. Why must the conservation of these areas be an ongoing struggle? Why must those dedicating their lives to protecting these areas be in constant battle with each other for funding? I think it’s unfortunate that struggling or poorly administered African countries should be left with the burden of having to fund all the costs of conservation in the conservation areas. These are the world’s assets to experience and the responsibility therefore should be a global one.

We are doing our best to hold back the tide of human encroachment – The unbalanced challenge between dwindling wilderness areas and rapidly increasing human populations. If we all don’t begin respect this planet, and I mean wholeheartedly, then it is going to chew us up and spit us out.

This project is a big step for us. The Drone Age is coming to conservation and we must be given the capacity to embrace it. This project does not just represent what can be done for the elephants of Niassa, but what should be a global focus. It is high time that conservationists around the world be given access to the equipment that is out there. My vision is that one day soon, wildlife all over the world will have a watchful eye flying over, just as our soldiers do on the battlefield.

 

 

TedX