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Il convegno di Tuna (Piacenza) è stato un successo!

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Cari Amici,

Ecco l’articolo pubblicato da “Il Patto Sociale ” oggi, dopo il bel convegno di sabato.

Ringraziamo i Soci, gli Amici, i sostenitori che ci hanno raggiunti a Tuna, e che hanno condiviso con noi questa bella occasione di incontro e di apprendimento!

Ringraziamo soprattutto la Dr. Cristiana Muscardini per l’ospitalità e la splendida location di Tuna.


Comunicato stampa del CCF

da Staff CCF6 OTTOBRE 2019

PUBBLICAZIONE IMMEDIATA

IL CHEETAH CONSERVATION FUND accoglie i cuccioli   emaciati intercettati ai trafficanti –  Il GOVERNO EFFETTUA UN   SEQUESTRO DA RECORD

Hargeisa, Somaliland, 5 ott 2019 – Il Cheetah Conservation Fund (CCF) con il personale di Hargeisa stanno prendendosi cura dei   sei cuccioli sopravvissuti a un sequestro di 12 cuccioli,  intercettati nelle acque al largo della costa del Somaliland. 

Il Ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo rurale (MOERD) del Somaliland ha coordinato l’operazione con i militari, e ha prodotto il maggior numero di cuccioli recuperati in un unico sequestro. Fin dal 2011, il   CCF ha cominciato ad assistere il MOERD.

I 12 cuccioli sono stati recuperati in pessime condizioni, estremamente disidratati e malnutriti. Tre sono morti prima di arrivare al CCF Cheetah Safe House di Hargeisa, e tre sono morti poco dopo l’arrivo. Stiamo facendo tutto il possibile per aiutare i sei cuccioli a diventare  più forti, ma la loro prognosi non è buona “, ha detto il dottor Laurie Marker, fondatore del CCF e direttore esecutivo. “Sono cuccioli  di  circa due mesi di età, ma sono così emaciati che sembrano cuccioli di  poche settimane.”

Il CCF  opera con   la sua Cheetah Safe House dal 2017, fornendo ai cuccioli recuperati dal commercio illegale di  fauna selvatica cibo, medicine e cure. Lavorando in collaborazione con il Ministro dell’Ambiente Shukri H. Ismail e i suoi funzionari del MOERD,  una volta intercettati, i cuccioli trafficati vengono portati in strutture del CCF nella capitale, dove vengono esaminati sullo stato di salute in maniera  approfondita , mentre i  farmaci vengono somministrati da un team di professionisti e di volontari e operatori sanitari . Il CCF ha attualmente 34 cuccioli ricoverati nelle  sue strutture, tra cui i sei nuovi arrivi.

I cuccioli provengono per lo più dall’ Etiopia, dal nord del Kenya, dalla Somalia e dal  Somaliland, e sono contrabbandati fuori dal continente africano partendo dalle spiagge lungo il Golfo di Aden. Sono  destinati verso la  Penisola Arabica, entrando principalmente attraverso lo Yemen. La domanda di cuccioli è promossa dal commercio di animali domestici illegale, che è trainata principalmente dai paesi del Medio Oriente, dove i ghepardi sono stati tradizionalmente considerati animali domestici status symbol.

  

 

Nel mese di novembre, il CCF riunirà le sue agenzie partner e  le parti interessate del  Corno d’Africa per una riunione di pianificazione ad Hargeisa per combattere il traffico ghepardo. 

Il CCF presenterà il suo nuovo progetto di capacity building  delle  Forze dell’Ordine attraverso corsi di formazione e la creazione di un database dedicato, accessibile a tutti i paesi che lavorano insieme sul problema.

Già felino tra i  più vulnerabili dell’Africa, il ghepardo si avvia a sicura estinzione a causa del  commercio illegale di fauna selvatica. Il CCF stima che ogni anno, almeno 300 cuccioli vengono catturati  da piccole popolazioni in tutto il Corno, laddove solo dai 300 ai 500 esemplari sono in grado di riprodursi.

Con numeri  così esigui, dobbiamo riunire  tutte le parti intorno ad un  tavolo, in modo che possiamo funzionare in modo continuo ed efficace. Abbiamo bisogno di unire le nostre risorse. Non abbiamo piu’ tempo  da perdere se vogliamo sperare di salvare i ghepardi nel Corno d’Africa “, ha detto il dottor Marker.

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Il Cheetah Conservation Fund e la lotta al traffico di fauna illegale

Dal 2005, il Cheetah Conservation Fund (CCF) ha iniziato a monitorare il traffico di incidenti ghepardo e assistere le autorità con le confische, quando possibile. Fino ad oggi, il CCF ha registrato centinaia di incidenti che coinvolgono più di 1.500 ghepardi o paghepardo. Di questi, meno del 20% sono noti per essere sopravvissuti, mentre oltre il 30% sono stati confermati morti. La maggior parte del commercio di ghepardi  avviene tra l’Africa orientale e la  Penisola Arabica, dove i  ghepardi sono tenuti come animali domestici in alcuni paesi del Golfo.

Il CCF è un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro con sede in Namibia con uffici in Somaliland e sedi operative  operazioni negli Stati Uniti, Canada, Australia, Italia, Belgio e Regno Unito. Il  CCF ha una delle organizzazioni partner in diverse altre nazioni, tra cui Germania, Paesi Bassi e Kenya. Fondato nel 1990, il Cheetah Conservation Fund (CCF) è il leader globale nella ricerca e conservazione dei ghepardi e dedicato a salvare il ghepardo in natura. Per ulteriori informazioni, si prega di visitare il sito http://www.cheetah.org.

Media Contact: Susan Yannetti, susan@cheetah.org o 202.716.7756

 

 

 


Dal ghepardo all’elefante, il tema dell’ecosistema nel convegno di Gazzola

‘Dal ghepardo all’elefante, dal lupo all’orso, per salvare l’uomo e la terra’ , il tema dell’ecosistema nel convegno del 19 ottobre a Gazzola
— Leggi su www.piacenza24.eu/dal-ghepardo-allelefante-il-tema-dellecosistema-nel-convegno-di-gazzola/


Tanti video interessanti !

twitter.com/cheetahcan/status/1183491790726451201


UNA VOLONTARIA AL CCF IN NAMIBIA – di ROSI CAMA

Cheetah Conservation Fund, agosto 2019

Quattro giorni in compagnia dei ghepardi

 

Avete mai guardato un ghepardo negli occhi? A me è capitato anni fa in Sudafrica, e da allora ne sono rimasta affascinata. Non tanto per la sua naturale eleganza. E neppure per quella lunga pennellata nera che ne solca il muso come una lacrima. Né per la sua docilità che, purtroppo, ne fa tra i grandi felini un ambito status symbol per i ricchi possidenti arabi.

Mi ha colpito invece la profondità del suo sguardo ambrato, che lascia trapelare tutta la fragilità di uno dei più grandi carnivori del pianeta. Questo animale, l’ultimo del genere Acinonyx, come molte altre specie viventi lotta ogni giorno per la sua sopravvivenza, in un ecosistema sempre più minacciato dall’ingombrante presenza umana.

Se ho occhi per guardarla, la perfezione della natura ci circonda in tutta la sua bellezza. Ne dipendiamo, ma non la custodiamo. O almeno non abbastanza. È ora di scendere in campo – penso – e di fare qualcosa. Sarà pure una goccia nell’oceano, ma tante gocce finiscono per scavare anche la roccia. Perché non partire proprio dal ghepardo?

 Così, lo scorso febbraio non mi faccio sfuggire una conferenza all’Università di Veterinaria di Lodi su questi magnifici felini, tenuta da una certa dott.ssa Laurie Marker. Sul volantino di presentazione c’è scritto che è una delle massime esperte di ghepardi al mondo. Fondatrice del Cheetah Conservation Fund (CCF), sta girando l’Europa promuovendo la causa dei ghepardi. La incontro cinque minuti prima dell’inizio con Betty Von Hoenning, che presiede il CCF Italia. Giusto il tempo di presentarmi: lavoro in un settimanale che si occupa di Veterinaria e scriverò un articolo sull’incontro. Il resto è venuto quasi da sé…

 

Sei mesi dopo sono su un aereo diretto a Windhoek, la capitale della Namibia, a più di 8000 km da Milano. Avrò solo quattro giorni per capire di più sul CCF e sul suo mondo. Due decido di viverli come turista e due da volontaria. Un breve ma intenso assaggio di quanto il Centro offre ai visitatori che da ogni parte del mondo bussano alla sua porta. Nella Regione di Otjiwarongo, a quattro ore da Windhoek, lascio la strada principale asfaltata diretta a nord, e ne imbocco una sterrata che mi porterà dritto al CCF.

In lontananza, da un infinito tappeto verde di bassa boscaglia, si erge l’altopiano del Waterberg, che dall’alto dei suoi 1500 metri segna il naturale confine della riserva. 

 

Ci arrivo verso le due del pomeriggio e sono accolta da sorrisi gioviali al Centro visitatori, gremito di turisti. È l’ora del pasto dei ghepardi.

Sono attratta come un magnete da una calamita verso reti metalliche oltre le quali sagome sinuose si muovono irrequiete avanti e indietro, in attesa del loro banchetto quotidiano. Mi trovo a pochi metri da loro. Che animali stupendi! Verrebbe voglia di accarezzarli come fossero gattoni, mentre ti guardano con i loro profondi occhi ambrati. Invece no. Selvatici sono e selvatici devono rimanere. Questa è la loro vita. Ecco perché il CCF rilascia in natura soltanto quelli che mantengono il loro stato selvatico, nonostante la cattura. Gli altri, che non hanno potuto imparare a cacciare dalle loro madri, spesso uccise, o che si sono troppo abituati alla presenza umana, sono destinati a rimanere nel Centro, testimoni viventi della bellezza e dell’importanza di una specie che sta rischiando di scomparire dalla faccia della Terra. 

 

Per questo motivo in fondo sono qui. Voglio passare dalle parole ai fatti per contribuire come posso a salvaguardare questo piccolo tassello del grande puzzle della natura, che riesce ancora a stare insieme, nonostante noi umani. Lavorando al CCF ci si sente parte di un grande progetto, perseguito con tenacia e dedizione da più di 20 anni da Laurie Marker e da tutti coloro che negli anni l’hanno sostenuta nei modi più diversi. 

 

Il turismo è uno di questi. Alla reception del Centro mi spiegano le diverse attività proposte e decido di farne il più possibile: visito il CCF con una guida, osservo gli animali liberi nella riserva chiamata “Little Serengeti”, con tanto di aperitivo sul cofano della jeep al tramonto per contemplare il sole che si inabissa dietro la savana. E poi partecipo alla “corsa deighepardi”. Un’occasione unica per vedere una fiera di quasi 70 chili di peso raggiungere in pochi secondi velocità impressionanti (fino a 113/km orari), da nessun altro animale eguagliate in natura. 

 

Tra un’attività e l’altra, curioso nel museo del centro dedicato al ghepardo e al suo ecosistema. Tra i molti che ho potuto sinora visitare, devo dire che questo piccolo centro educativo è uno dei migliori per completezza e chiarezza delle informazioni, anche a portata di bimbo. A conferma che l’educazione, insieme alla conservazione e alla ricerca, è uno dei tre fiori all’occhiello del CCF. 

 

Alle sei di sera l’oscurità avvolge ogni cosa e così riprendo fiato nel mio confortevolissimo Lodge, godendomi dall’ampia terrazza lo spettacolo del bush namibiano che si perde all’orizzonte. Ogni tanto, tra gli alberi, saetta qua e là qualche facocero…

Quando la fame si fa sentire, mi dirigo al ristorantino costruito su una collina che domina il paesaggio, tinto di rosso dal sole infuocato. E assaporo gustose pietanze condite con la gentilezza del personale.

 

In un batter d’occhi passano i primi due giorni. È ora di indossare i panni della volontaria. La mattina mi aspetta una maglietta del CCF nuova di zecca, con cui entro a far parte ufficialmente della grande famiglia dei volontari. Raggiungo il quartier generale con gli uffici dello staff e la clinica veterinaria. Un tabellone riporta tutte le attività del giorno, con orari e nomi di chi dovrà occuparsene. Il mio compare in quasi tutte. Così mi ritrovo a preparare il cibo per i ghepardi e per i cani del Centro, partecipando poi al rituale del loro nutrimento, in compagnia di attenti coordinatori e di alcuni volontari. 

 

Verso l’imbrunire partiamo a bordo delle jeep per il “Little Serengeti” a “caccia” di animali. Si tratta del game count, che consiste nel censire tutti quelli che riusciamo a vedere, armati di binocolo, specificandone specie, sesso, distanza, posizione e numero, in modo da avere il polso della situazione sugli abitanti della riserva. Ne vediamo diversi: antilopi di ogni tipo, tra le quali gli splendidi orici e i maestosi kudu, struzzi, sciacalli, facoceri, diversi pennuti e, colpo di scena, persino un oritteropo, un curioso animaletto che sembra uscito da un film fantasy. 

 

Il giorno seguente, la scena cambia e mi ritrovo con i veterinari del Centro a sterilizzareBella, un ghepardo femmina divenuta troppo attraente per i maschi suoi conviventi. In Namibia, la riproduzione in cattività dei grandi felini è infatti vietata. Mentre Bella dorme, posso finalmente accarezzarne il folto pelo maculato, un tentativo di esprimerle tutto il mio riconoscimento per il fatto sesso di esserci. 

 

Nel pomeriggio, ancora tutti in jeep, questa volta con destinazione licaoni, i cani selvatici africani purtroppo in grave pericolo di estinzione: il CCF si occupa anche di loro per conto del governo. Appena li vediamo, queste specie di incroci tra cani, lupi e iene dalle grandi orecchie, ci vengono incontro emettendo strani suoni. Li ammiriamo dietro le reti. Ma non sono agnellini…hanno un’efficacia di caccia del 95%, in altre parole, la loro preda non ha quasi mai scampo. I veterinari prelevano campioni di sangue da analizzare e noi volontari partecipiamo alle operazioni di cattura di ogni animale.

 

Tornati al centro, ci aspetta una bella camminata in compagnia di altri di tipi canidi, i Pastori dell’Anatolia, possenti guardiani del bestiame allevati al CCF per aiutare gli allevatori a tener lontani i predatori, con ottimi risultati.

 

L’ora di cena non tarda ad arrivare. Volontari e staff ci si ritrova tutti nel basso caseggiato della mensa. Intorno a lunghi tavoli di legno, all’aperto, un’umanità variegata trova posto. Scambio esperienze e condivido pezzi di vita con Africani, Europei e Americani. Ognuno di noi appartiene a culture diverse, ma tutti siamo accomunati dall’amore per quello splendido miracolo della natura che è il ghepardo. Vogliamo che continui a vivere, come del resto lo vogliamo per l’intero nostro pianeta e per i suoi abitanti, umani e non. Vedendo all’opera i miei compagni e le persone dello staff, resto colpita da quanta passione, attenzione e competenza ognuno mette in ciò che fa. C’è consapevolezza dell’importanza del compito, perché salvare i ghepardi dall’estinzione è in fondo uno dei tanti modi per salvare anche noi stessi.

 

Arrivederci CCF, per quest’anno il mio tempo è scaduto. Torno in Italia ricca di nuove esperienze, emozioni, conoscenze e incontri. E nello sguardo, i colori e i profumi dell’Africa. Grazie CCF. Non ti dimenticherò…a presto!

 

Rosi Cama


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