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Una studentessa discute la tesi triennale sui ghepardi –

 ELISA FIMIANI di Genova, ha conseguito la settimana scorsa la laurea triennale in Allevamento e Benessere Animale presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi Statale di Milano, e ci ha gentilmente scritto la lettera che trascriviamo:
Buonasera! seguo sempre la vostra pagina e per questo mi fa piacere informarvi che ieri ho discusso la mia tesi (presso la facoltà di Medicina Veterinaria) relativa alla conservazione del ghepardo.. In seguito alle mie esperienze in Sud Africa è nato un forte interesse per questa specie.. Ho analizzato i diversi programmi di conservazione in-situ ed ex-situ del ghepardo, le problematiche legate alla cattività e all’eventuale reintroduzione. Ho riportato anche il vostro progetto del CCF . Spero di aver fatto capire alle persone ieri presenti quanto sia importante conservare questa specie e tutti gli altri animali, e di aver quindi in qualche modo contribuito alla salvaguardia di questo straordinario animale..
 
Ho studiato alla Statale presso la Facoltà di Medicina Veterinaria corso di laurea triennale in Allevamento e Benessere animale. 
  Ho svolto il tirocinio presso il Parco Faunistico La Torbiera dove sono presenti due esemplari femmine. Prossimamente invece vorrei tanto andare in Namibia al CCF.

ELISA FIMIANI, Milano

Non aggiungo nulla se non che siamo molto felici di questo risultato conseguito e invitiamo Elisa a continuare su questa strada. Abbiamo bisogno di giovani come lei!
ELISA FIMIANI

ELISA FIMIANI

Elisa Fimiani Indice della tesi E.Fimiani

 


Vecchi Amici, Nuovi Amici…Un messaggio di Laurie Marker

 

Dr. Laurie Marker

Founder and executive director, Cheetah Conservation Fund

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  Vecchi Amici, Nuovi Amici…
Posted: 12/31/2013 11:47 am
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Cheetah
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Lasciate che vi presenti il mio amico ghepardo: è il mammifero terrestre piu’ veloce della Terra, e abbiamo perso piu’ del 90% della popolazione selvatica negli ultimi 100 anni.

Io e il ghepardo siamo vecchi amici. A distanza di quasi 40 anni ormai dal mio primo incontro con un ghepardo, dai miei primi studi, dalle prime sfide che la specie deve affrontare, dal ruolo che riveste nell’ecosistema, la mia vita è stata un continuo apprendimento e mi ha dato uno scopo. Ho fatto tutto cio’ che era in mio potere per salvare il ghepardodall’estinzione. E cio’ che si fa per un amico che significa moltissimo per te.

Continuo a farmi nuovi “amici del ghepardo” intorno al globo – persone che comprendono che salvare il ghepardo significa coinvolgere tutto il suo ecosistema, comprese le popolazioni che vivono nei suoi territori. Ho a cuore questi nuovi amici, pochè insieme stiamo creando una rete di persone che tutte, insieme, possono far vincere al ghepardo la sua corsa contro l’estinzione.

Mentre il Nuovo Anno si avvicina, iniziamo a cantare “Il VAlzer delle Candele” , ricordando i vecchi amici festeggiando con i nuovi. E mentre il 2013 volge a la termine, sono orgogliosa di presentare il sostegno di una nuova amica del ghepardo, l’attrice e animalista Gillian Anderson . Ha collaborato con gli amici di Londra per creare  questo messaggio per sensibilizzare  il problema dei ghepardi e gli sforzi del CCF per salvarli.

Desideriamo ringraziare  Gillian ed i suoi colllaboratori, e Peter Penny, Maddi Bonura e JP Lewis  per aver contribuito a produrre questo video straordinario. Speriamo che molti condivideranno questo messaggio aiutandoci cosi’ ad allargare il giro delle amicizie, e a riuscire a salvare il ghepardo.

Buon Anno Nuovo, da parte mia e da tutti qui al Cheetah Conservation Fund!

Segui la Dr. Laurie Marker su Twitter: www.twitter.com/chewbaaka

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La Falcata del Ghepardo di Laurie Marker PhD,

Nel 2013, solo diecimila ghepardi circa restano allo stato brado, e il ghepardo deve affrontare la sua corsa contro l’estinzione. Gli studi piu’ recenti sottolineano che tra vent’anni, il ghepardo come specie potrebbe essere scomparso dalla faccia della Terra.

Pur dinnanzi a tale prospettiva oscura, il Cheetah Conservation Fund nutre ancora il proprio sogno: un mondo in cui i ghepardi vivono e prosperano in coesistenza con umani e ambiente. I ghepardi rappresentano una sfida notevole in termini di conservazione, poiché non prosperano in terreni coltivati; essi hanno bisogno di ampi areali, dove possono cacciare senza dover competere con leoni e iene, per ottenere le loro prede. Il novanta percento dei ghepardi allo stato brado non vivono in aree protette, bensi’ parallelamente alle popolazioni umane.

Per questo motivo, la missione del CCF di salvare i ghepardi in natura include misure relative al conflitto tra umani e animali selvatici, l’eliminazione della povertà, il ripristino dell’habitat, e la conservazione di ampi territori. Salvare i ghepardi significa in realtà salvare il mondo, e cambiare la faccia dell’Africa.

L’anno scorso ci siamo concentrati molto sul nostro progetto Bushblok . La Namibia subisce l’invasione del bush, una forma di desertificazione che risulta dalla crescita abnorme di una acacia indigena invasiva. Il ghepardo caccia compiendo balzi e scatti in velocità, e la presenza di cespugli invasivi impedisce la caccia e causa ferite, soprattutto agli occhi.

L’invasione del bush danneggia anche l’economia della Namibia. Questa specie invasiva ricopre ormai 120 milioni di acri in Namibia, riducendo cosi’ i terreni da pascolo per il bestiame e gli animali selvatici. Le perdite economiche nel settore agricolo ammontano a 180 milioni di dollari USA all’anno. Il CCF produce il Bushblok, un tronchetto combustibile, raccogliendo in modo selettivo le acacie invasive. Attualmente il progetto dà lavoro a piu’ di 30 lavoratori namibiani, e cosi’ sono state ripulite migliaia di acri di terre, ripristinandole per un uso produttivo.

Il Bushblok è solo un componente di un sistema integrato di programmi che il CCF ha sviluppato, e che insieme forniscono efficaci misure conservative a favore dei ghepardi nell’ambito di territori ampi, pur permetttendo alle popolazioni umane delle stesse zone di prosperare anch’esse.

Il CCF gestisce un’azienda agricola modello ed attività ad essa connesse su un territorio di 100.000 acri di terre adibite a bestiame e animali selvatici. Il Future Farmers of Africa (FFA) del CCF utilizza tali risorse per formare alla conservazione integrata gli allevatori/agricoltori, con tecniche di gestione del bestiame e della fauna selvatica. Il FFA forma lavoratori specializzati ed educa farmer agricoli ed emarginati a forme di reddito supplementari, dando loro la possibilità di praticare un’agricoltura sostenibile che riduce il conflitto tra uomo e fauna selvatica, fornendo al contempo opportunità economiche.

Il programma FFA si accompagna al programma dei Cani da Pastore del CCF, che affida pastori di kangal e dell’Anatolia a quegli agricoltori che saranno in grado di controllare il proprio bestiame con pratiche non letali nei riguardi dei predatori. Gli agricoltori che posseggono un cane pastore del CCF vedono ridursi il tasso di tutti i predatori dell’80% e piu’.

Il CCF partecipa altresi’ ad un altro progetto, il Greater Waterberg Complex (GWC), sperando che diventi un modello attivo di conservazione di ampi territori . Il GWC comprende un territorio di piu’ di quattro milioni di acri, comprendendo anche i territori comunali dell’est, chiamati Terra degli Herero. Il CCF sta collaborando con gli agricoltori del GWC (Complesso del Grande Waterberg) per fornire assistenza al ripristino dell’habitat, alla reintroduzione di fauna e flora selvatica, fornendo formazione per la gestione integrata di bestiame e fauna selvatica. Quando saranno pienamente operative, queste comunità avranno la responsabilità di gestire e sviluppare il proprio allevamento e le proprie risorse in fauna selvatica, ripristinando i propri territori ad un uso produttivo e promuovendo il turismo.

L’elemento piu’ incoraggiante di tutte queste attività legate al ghepardo, è che stanno funzionando, perlomeno in Namibia.

La popolazione di ghepardi in Namibia, dove il CCF opera, è aumentata sensibilmente negli ultimi 10 anni, e sarebbe perfino potuta raddoppiare. L’atteggiamento nei riguardi dei ghepardi è cambiato tra gli agricoltori namibiani, e chi gestisce il bestiame, che una volta vedeva il ghepardo come una piaga da eliminare, ora si rende conto che questa specie selvatica è un’icona, un tesoro della natura. Le Conservancies e i loro sforzi hanno creato i presupposti per la crescita economica e la prosperità fino a zone del paese che avevano avuto difficoltà ad impegnarsi nello sviluppo economico sostenibile.

Sfortunatamente, le prospettive in altri 23 paesi, dove si trovano i ghepardi, sono meno brillanti. Il CCF sta attivandosi continuamente per trovare il modo di ampliare i suoi programmi attuali, esportando le soluzioni ad aree dove si possono incontrare ghepardi in natura. La partecipazione del CCF ad azioni quali la Clinton Global Initiative, l’ impegno assunto affinchè si esporti e si espanda il progetto Bushblok costituisce un esempio di sforzi di diffusione delle soluzioni sperimentate dal CCF.

Nel contempo, il CCF e il suo staff lavorano incessantemente, giorno dopo giorno, per garantire la sopravvivenza del ghepardo. Abbiamo completato nuove ed importanti ricerche, quali il recente studio di parassitologia dei ghepardi. Ogni giorno, si raggiunge una nuova meta: nasce una nuova cucciolata di cani; il nostro nuovo caseificio produce un nuovo tipo di formaggio caprino; un ghepardo viene salvato dalla trappola di un agricoltore. Ogni giorno si presentano nuove sfide – un ghepado muore; un’attrezzatura si guasta; mancano materiali.

Il CCF continua nel suo lavoro, giorno dopo giorno, perchè non riusciamo ad immaginare un mondo senza ghepardi. Non ci fermeremo fino a qu

Richard Wiese at CCF last year, with dr. Laurie MArker

Richard Wiese at CCF last year, with dr. Laurie MArker

Non ci fermeremo fino a quando il ghepardo non avrà vinto la sua corsa contro l’estinzione.

Speriamo che vi unirete a noi in questo impegno: facendo una donazione,visitando il Centro o diventando volontari. – Donate, Visitateci o diventate Volontari.

Seguici su Facebook Twitter. Con il tuo aiuto, il 2013 puo’ essere l’anno delle falcate decisive della corsa per la sopravvivenza del ghepardo.   

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Un incendio al CCF – A Big Fire At CCF

SABATO 19 OTTOBRE 2013

PHOENIX – LA FENICE di Patricia Tricorache, CCF 

La mattina mi sveglio sempre con un grugnito, e nessun programma per la giornata…o piuttosto, il mio solo programma è quello di fare al meglio cio’ che faccio, e per essere al top, devo prima bere il mio caffé facendo le parole incrociate del New York Times per rimettere in funzione il mio cervello.

Mercoledi’ non era iniziato diversamente. Mi sono svegliata, mi sono diretta nella cucina di Laurie e Bruce, da ospite permanente degli ultimi due mesi, visto che continuo a rimandare la mia partenza dal CCF. Il caffè era particolarmente buono, mentre le parole incrociate particolarmente seccanti. Ho deciso che a quel punto potevo dare il meglio di me lasciandole perdere e dedicandomi ai miei compiti.

Per la prima volta da molte settimane, intorno a me tutto era silenzioso, e sono stata in grado di sedermi concentrandomi sul progetto che ho cercato di portare a termine da molto tempo. Mi sembrava di veleggiare con una morbida brezza su un oceano pieno di parole meravigliose e idee favolose.

Improvvisamente, il leggero venticello della mia immaginazione divento’ una violenta folata di vento, e poi di tuono. Bang! Un’esplosione in casa. I lampi illuminavano il cielo pomeridiano ancora luminoso. Qualcosa provocò l’interruzione delle linee telefoniche. Ho preso il mio cellulare e ho chiamato Brian, il nostro Capo Operativo. “ Sss…crac…rrr…E’ INCENDIATO!” Non sentii le prime parole, ma le ultime arrivarono forti e chiare, e mai avrei pensato che le avrei sentite nella mia vita. Il problema dei telefoni passo’ in secondo piano. Riattaccai con un debole “OK”, e mi precipitai nel recinto dove vivono i nostri ghepardi ambasciatori, di fronte al Memorial Garden di Chewbaaka.

Vidi alcuni colleghi entrare all’interno dei recinti alla mia sinistra – camminando piu’ velocemente del solito. Stavano recuperando i ghepardi? Si’, scoprii che li stavano evacuando dal Centro, che è il nucleo della nostra attività. Poi, una raffica di vento porto’ con sé un acre odore fino alle mie narici. Fumo. Quello brutto. Guardai verso l’alto e un incubo si presento’ ai miei occhi: alte fiamme, gialle, blu, arancioni crepitavano lungo la cima del nostro Centro Visitatori. Il meraviglioso tetto in paglia che costituisce il punto di riferimento per i visitatori che entrano al Centro stava bruciando. Qualcuno portava un cucciolo di Pastore dell’Anatolia che avevamo recentemente castrato fuori dalla Clinica. Capii che stavano mettendo in salvo gli animali.

Incendio al CCF 1

Le fiamme iniziano a lambire il tetto (Foto di Zoltan Szabo)

Le fiamme divampavano lentamente, o perlomeno cosi’ pensavo. Era quasi una visione romantica, vederle accarezzare il tetto mentre lo stavano lentamente divorando. Per uno strano caso, mi venne in mente una scena del film Alien, un mostro innamorato, ma pur sempre un mostro. Il mio proposito del mattino mi venne in mente mentre guardavo un collega, Chavoux, che a piedi nudi si arrampicava sul tetto, estintore alla mano, deciso a combattere il Mostro. Non fui l’unica ad apostrofarlo con parole poco gentili, nella speranza che scendesse da li’. Poi mi girai verso le persone che correvano avanti e indietro cercando di salvare il salvabile. Avrei fatto il possibile per aiutare. (continua)


Conferenza il 18 agosto 2013

Conferenza il 18 agosto 2013


Un articolo su The Guardian: Blind, Starving Cheetahs

Blind, starving cheetahs: the new symbol of climate change?

Thorny plants have begun to smother grasslands, transforming rangeland into impenetrable thicket – bad news for the big cats

Cheetah, blind in one eye, Namibia

Cheetah, blind in one eye after colliding with woody vegetation, Namibia. Photo: The AfriCat Foundation

The world’s fastest land animal is in trouble. The cheetah, formerly found across much of Africa, the Middle East and the Indian subcontinent, has been extirpated from at least 27 countries and is now on the Red List of threatened species.

Namibia holds by far the largest remaining population of the speedy cat. Between 3,500 and 5,000 cheetahs roam national parks, communal rangelands and private commercial ranches of this vast, arid country in south-western Africa, where they face threats like gun-toting livestock farmers and woody plants.

Yes, woody plants. Namibia is under invasion by multiplying armies of thorny trees and bushes, which are spreading across its landscape and smothering its grasslands.

So-called bush encroachment has transformed millions of hectares of Namibia’s open rangeland into nearly impenetrable thicket and hammered its cattle industry. Beef output is down between 50 and 70% compared with the 1950s, causing losses of up to $170m a year to the country’s small economy.

Bush encroachment can also be bad news for cheetahs, which evolved to use bursts of extreme speed to run down prey in open areas. Low-slung thorns and the locked-open eyes of predators in “kill mode” are a nasty combination. Conservationists have found starving cheetahs that lost their sight after streaking through bush encroached habitats in pursuit of fleet footed food.

Farmers and researchers recognised bush encroachment as a serious problem in many parts of southern Africa by the 1980s, and it has long been thought to be caused by poor land management, including overgrazing. But, as I recently reported in Yale e360, an emerging body of science indicates that rapidly increasing atmospheric carbon dioxide may be boosting the onrushing waves of woody vegetation.

Savanna ecosystems, such as those that cover much of Africa, can be seen as battlegrounds between trees and grasses, each trying to take territory from the other. The outcomes of these battles are determined by many factors including periodic fire, an integral part of African savannas.

In simple terms, fire kills small trees and therefore helps fire-resilient grasses occupy territory. Trees have to have a long-enough break from fire to grow to
a sufficient size — about four metres high — to be fireproof and establish themselves in the landscape. The faster trees grow, the more likely they are to reach four metres before the next fire.

Lab research shows that many savanna trees grow significantly faster as atmospheric CO2 rises, and a new analysis of satellite images indicates that so-called ‘CO2 fertilisation’ has caused a large increase in plant growth in warm, arid areas worldwide.

Although poor land management is undoubtedly partly to blame for bush encroachment, increased atmospheric CO2 seems to be upsetting many savanna ecosystems’ vegetal balance of power in favour of trees and shrubs.

If increasing atmospheric carbon dioxide is causing climate change and also driving bush encroachment that results in blind cheetahs, should blind, starving cheetahs be a new symbol of climate change, to join polar bears whose Arctic sea ice hunting grounds are melting?

Conservationists have noted cheetahs with severe eye injuries since the 1990s, but, as specialist eye vet Dr. Gary Bauer told me, no research has been done to figure out how common these injuries are in the wild population or to confirm the assumption that cheetahs living in bush-encroached areas suffer more eye injuries than cheetahs in open habitats. There’s no hard proof that eye injuries are an immediate threat to the species’ survival, or if they’re any worse in bush-encroached areas.

Research has confirmed that cheetah prey species change as a landscape becomes more thickly wooded. Plains game animals like wildebeest, springbok and red hartebeest are squeezed out and replaced by bush-tolerant species like kudu. This changeover in game species is by itself not a disaster for cheetahs, which can hunt even in fairly wooded habitat as long as they have enough space to exploit their extraordinary acceleration, speed and agility. But if bush becomes so dense that it’s difficult for cheetahs to move through (as happens in severe cases of encroachment) then cheetahs will disappear.

“It’s cheaper to buy a hectare than to clean and repair a hectare” of bush-encroached land, said Donna Hanssen of the AfriCat Foundation, a big cat conservation group based in Namibia, underscoring the challenge faced by landowners wanting to rid themselves of the thorny scourge, but, she reminded me, “the biggest killer of cheetah in this country is man. Farmers.”

Farmers shoot and trap large numbers of cheetahs, which they blame for killing cattle, sheep and goats. As Namibia’s population expands, more cattle are being herded deeper into natural areas, bringing men with guns and poison into previously safe wildernesses.

Organisations like AfriCat and the Cheetah Conservation Fund are working hard — with some apparent success — to educate farmers about cheetahs and help them live with big cats instead of killing them. They’re also pioneering methods of dealing with bush encroachment like turning invading trees into biomass fuel blocks, although it remains to be seen if these methods can be economically scaled up to deal with the literally millions of hectares of expanding encroacher bush.

In summary: Are thorn-inflicted eye injuries currently a threat to the cheetah’s survival as a species? Probably not.

Is increasing atmospheric CO2 driving bush encroachment in African savannas? Probably, although savannas are complex ecosystems, influenced by many drivers, and the scientific understanding of CO2 fertilisation in these systems is incomplete.

Is uncontrolled bush encroachment severely impacting plains game and could it ultimately drive cheetahs out? Is it a real conservation problem? Almost certainly.

Are blind, starving cheetahs useful symbols of climate change? You decide.