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UNA VOLONTARIA AL CCF IN NAMIBIA – di ROSI CAMA

Cheetah Conservation Fund, agosto 2019

Quattro giorni in compagnia dei ghepardi

 

Avete mai guardato un ghepardo negli occhi? A me è capitato anni fa in Sudafrica, e da allora ne sono rimasta affascinata. Non tanto per la sua naturale eleganza. E neppure per quella lunga pennellata nera che ne solca il muso come una lacrima. Né per la sua docilità che, purtroppo, ne fa tra i grandi felini un ambito status symbol per i ricchi possidenti arabi.

Mi ha colpito invece la profondità del suo sguardo ambrato, che lascia trapelare tutta la fragilità di uno dei più grandi carnivori del pianeta. Questo animale, l’ultimo del genere Acinonyx, come molte altre specie viventi lotta ogni giorno per la sua sopravvivenza, in un ecosistema sempre più minacciato dall’ingombrante presenza umana.

Se ho occhi per guardarla, la perfezione della natura ci circonda in tutta la sua bellezza. Ne dipendiamo, ma non la custodiamo. O almeno non abbastanza. È ora di scendere in campo – penso – e di fare qualcosa. Sarà pure una goccia nell’oceano, ma tante gocce finiscono per scavare anche la roccia. Perché non partire proprio dal ghepardo?

 Così, lo scorso febbraio non mi faccio sfuggire una conferenza all’Università di Veterinaria di Lodi su questi magnifici felini, tenuta da una certa dott.ssa Laurie Marker. Sul volantino di presentazione c’è scritto che è una delle massime esperte di ghepardi al mondo. Fondatrice del Cheetah Conservation Fund (CCF), sta girando l’Europa promuovendo la causa dei ghepardi. La incontro cinque minuti prima dell’inizio con Betty Von Hoenning, che presiede il CCF Italia. Giusto il tempo di presentarmi: lavoro in un settimanale che si occupa di Veterinaria e scriverò un articolo sull’incontro. Il resto è venuto quasi da sé…

 

Sei mesi dopo sono su un aereo diretto a Windhoek, la capitale della Namibia, a più di 8000 km da Milano. Avrò solo quattro giorni per capire di più sul CCF e sul suo mondo. Due decido di viverli come turista e due da volontaria. Un breve ma intenso assaggio di quanto il Centro offre ai visitatori che da ogni parte del mondo bussano alla sua porta. Nella Regione di Otjiwarongo, a quattro ore da Windhoek, lascio la strada principale asfaltata diretta a nord, e ne imbocco una sterrata che mi porterà dritto al CCF.

In lontananza, da un infinito tappeto verde di bassa boscaglia, si erge l’altopiano del Waterberg, che dall’alto dei suoi 1500 metri segna il naturale confine della riserva. 

 

Ci arrivo verso le due del pomeriggio e sono accolta da sorrisi gioviali al Centro visitatori, gremito di turisti. È l’ora del pasto dei ghepardi.

Sono attratta come un magnete da una calamita verso reti metalliche oltre le quali sagome sinuose si muovono irrequiete avanti e indietro, in attesa del loro banchetto quotidiano. Mi trovo a pochi metri da loro. Che animali stupendi! Verrebbe voglia di accarezzarli come fossero gattoni, mentre ti guardano con i loro profondi occhi ambrati. Invece no. Selvatici sono e selvatici devono rimanere. Questa è la loro vita. Ecco perché il CCF rilascia in natura soltanto quelli che mantengono il loro stato selvatico, nonostante la cattura. Gli altri, che non hanno potuto imparare a cacciare dalle loro madri, spesso uccise, o che si sono troppo abituati alla presenza umana, sono destinati a rimanere nel Centro, testimoni viventi della bellezza e dell’importanza di una specie che sta rischiando di scomparire dalla faccia della Terra. 

 

Per questo motivo in fondo sono qui. Voglio passare dalle parole ai fatti per contribuire come posso a salvaguardare questo piccolo tassello del grande puzzle della natura, che riesce ancora a stare insieme, nonostante noi umani. Lavorando al CCF ci si sente parte di un grande progetto, perseguito con tenacia e dedizione da più di 20 anni da Laurie Marker e da tutti coloro che negli anni l’hanno sostenuta nei modi più diversi. 

 

Il turismo è uno di questi. Alla reception del Centro mi spiegano le diverse attività proposte e decido di farne il più possibile: visito il CCF con una guida, osservo gli animali liberi nella riserva chiamata “Little Serengeti”, con tanto di aperitivo sul cofano della jeep al tramonto per contemplare il sole che si inabissa dietro la savana. E poi partecipo alla “corsa deighepardi”. Un’occasione unica per vedere una fiera di quasi 70 chili di peso raggiungere in pochi secondi velocità impressionanti (fino a 113/km orari), da nessun altro animale eguagliate in natura. 

 

Tra un’attività e l’altra, curioso nel museo del centro dedicato al ghepardo e al suo ecosistema. Tra i molti che ho potuto sinora visitare, devo dire che questo piccolo centro educativo è uno dei migliori per completezza e chiarezza delle informazioni, anche a portata di bimbo. A conferma che l’educazione, insieme alla conservazione e alla ricerca, è uno dei tre fiori all’occhiello del CCF. 

 

Alle sei di sera l’oscurità avvolge ogni cosa e così riprendo fiato nel mio confortevolissimo Lodge, godendomi dall’ampia terrazza lo spettacolo del bush namibiano che si perde all’orizzonte. Ogni tanto, tra gli alberi, saetta qua e là qualche facocero…

Quando la fame si fa sentire, mi dirigo al ristorantino costruito su una collina che domina il paesaggio, tinto di rosso dal sole infuocato. E assaporo gustose pietanze condite con la gentilezza del personale.

 

In un batter d’occhi passano i primi due giorni. È ora di indossare i panni della volontaria. La mattina mi aspetta una maglietta del CCF nuova di zecca, con cui entro a far parte ufficialmente della grande famiglia dei volontari. Raggiungo il quartier generale con gli uffici dello staff e la clinica veterinaria. Un tabellone riporta tutte le attività del giorno, con orari e nomi di chi dovrà occuparsene. Il mio compare in quasi tutte. Così mi ritrovo a preparare il cibo per i ghepardi e per i cani del Centro, partecipando poi al rituale del loro nutrimento, in compagnia di attenti coordinatori e di alcuni volontari. 

 

Verso l’imbrunire partiamo a bordo delle jeep per il “Little Serengeti” a “caccia” di animali. Si tratta del game count, che consiste nel censire tutti quelli che riusciamo a vedere, armati di binocolo, specificandone specie, sesso, distanza, posizione e numero, in modo da avere il polso della situazione sugli abitanti della riserva. Ne vediamo diversi: antilopi di ogni tipo, tra le quali gli splendidi orici e i maestosi kudu, struzzi, sciacalli, facoceri, diversi pennuti e, colpo di scena, persino un oritteropo, un curioso animaletto che sembra uscito da un film fantasy. 

 

Il giorno seguente, la scena cambia e mi ritrovo con i veterinari del Centro a sterilizzareBella, un ghepardo femmina divenuta troppo attraente per i maschi suoi conviventi. In Namibia, la riproduzione in cattività dei grandi felini è infatti vietata. Mentre Bella dorme, posso finalmente accarezzarne il folto pelo maculato, un tentativo di esprimerle tutto il mio riconoscimento per il fatto sesso di esserci. 

 

Nel pomeriggio, ancora tutti in jeep, questa volta con destinazione licaoni, i cani selvatici africani purtroppo in grave pericolo di estinzione: il CCF si occupa anche di loro per conto del governo. Appena li vediamo, queste specie di incroci tra cani, lupi e iene dalle grandi orecchie, ci vengono incontro emettendo strani suoni. Li ammiriamo dietro le reti. Ma non sono agnellini…hanno un’efficacia di caccia del 95%, in altre parole, la loro preda non ha quasi mai scampo. I veterinari prelevano campioni di sangue da analizzare e noi volontari partecipiamo alle operazioni di cattura di ogni animale.

 

Tornati al centro, ci aspetta una bella camminata in compagnia di altri di tipi canidi, i Pastori dell’Anatolia, possenti guardiani del bestiame allevati al CCF per aiutare gli allevatori a tener lontani i predatori, con ottimi risultati.

 

L’ora di cena non tarda ad arrivare. Volontari e staff ci si ritrova tutti nel basso caseggiato della mensa. Intorno a lunghi tavoli di legno, all’aperto, un’umanità variegata trova posto. Scambio esperienze e condivido pezzi di vita con Africani, Europei e Americani. Ognuno di noi appartiene a culture diverse, ma tutti siamo accomunati dall’amore per quello splendido miracolo della natura che è il ghepardo. Vogliamo che continui a vivere, come del resto lo vogliamo per l’intero nostro pianeta e per i suoi abitanti, umani e non. Vedendo all’opera i miei compagni e le persone dello staff, resto colpita da quanta passione, attenzione e competenza ognuno mette in ciò che fa. C’è consapevolezza dell’importanza del compito, perché salvare i ghepardi dall’estinzione è in fondo uno dei tanti modi per salvare anche noi stessi.

 

Arrivederci CCF, per quest’anno il mio tempo è scaduto. Torno in Italia ricca di nuove esperienze, emozioni, conoscenze e incontri. E nello sguardo, i colori e i profumi dell’Africa. Grazie CCF. Non ti dimenticherò…a presto!

 

Rosi Cama


Vi aspettiamo il 19 ottobre!

Cari Amici,

Per un qualche disguido la nostra locandina non è apparsa sul nostro post.

La riproponiamo qui, e vi preghiamo di iscrivervi solo per potere organizzare il rinfresco!

Sarà un evento per tutti, speriamo interessante, e alla fine avremo modo di conoscerci meglio, anche con coloro che non abbiamo ancora incontrato di persona.

Il nostro ospite ci da anche la possibilità di vendere le nostre felpe, le magliette e gli oggetti che abbiamo portato dalla Namibia.

Vi aspettiamo.

A presto, Betty, Matilde, Raffaella e Maurizio …!


Il nostro incontro !


Negli USA per i ghepardi!

La Dr. Marker è negli Stai Uniti da alcuni giorni per parlare anche del programma di sviluppo delle Nazioni Unite.

Qui è con il Dr. Brewer, la responsabile delle finanze Beth Fellenstein e altre persone che fanno parte del Consiglio di Amministrazione.

Il Tour statunitense è estremamente importante per il CCF, che collabora con istituzioni scientifiche come lo Smithsonian Institute e con i grandi Zoo che compiono un validissimo lavoro di ricerca genetica sui ghepardi.

Ricordiamo che il CCF è una fondazione senza scopo di lucro, e come tale viene finanziata da privati e enti pubblici in base ai progetti che presenta.

Data la situazione catastrofica dei ghepardi nel Corno d’Africa, speriamo che si trovino nuove risorse per la casa- rifugio in Somaliland…!


Dr. Laurie Marker present il CCF…

youtu.be/aew2okRVGl8


Ecco Yaya e Rocket, orfani del CCF!

twitter.com/ccfcheetah/status/1173307565234642944

Hanno fatto amicizia e vanno molto d’accordo questi cuccioli salvati recentemente… !


Comunicato stampa del Cheetah Conservation Fund sui risultati dell’ultima Conferenza delle Parti18 CITES CoP18 a Ginevra ( versione inglese)


OPERAZIONE SOMAILAND!

Aiuta anche tu i ghepardi a non estinguersi.


La nostra Laurie in Somaliland!

Sempre instancabile, la dr. Marker è in Somaliland per controllare i 31 ghepardi ospiti del rifugio di Hargeisa!

Leggete qui sotto e ricordate: ogni donazione grande o piccola ci aiuta a salvare i nostri cuccioli!

https://cheetah.org/ccf-blog/international-collaboration/veterinary-teamwork-for-the-cheetahs-in-somaliland/

Donazioni sul nostro sito alla voce aiuta i ghepardi-donate con PayPal e carta di credito:

http://www.ccf-italia.org


Vuoi dare nell’occhio? Un ghepardo accanto a te su una Ferrari… Così si estingue una specie.

Da Repubblica.it del 28 agosto 2019

– Se nel Corno d’Africa il ghepardo è a rischio estinzione la colpa è soprattutto degli ultra-ricchi della penisola arabica che lo acquistano illegalmente online per sfoggiarlo come uno status symbol nelle loro sfarzose dimore. Ogni anno, rivela la Cnn, 300 cuccioli di ghepardo vengono trafficati illegalmente dalla Somalia. E il numero è lo stesso dell’intera popolazione giovane e adulta del big cat nell’area non protetta del Corno d’Africa, assicura il Cheetah Conservation Fund (CCF). La moda dilaga a macchia d’olio e se le cose non cambiano, sostiene il fondo, presto la popolazione di ghepardi nella regione si estinguerà.

La Somalia è la principale tappa del traffico illegale di ghepardi del Corno d’Africa. Gli animali vengono introdotti clandestinamente attraverso il confine, ammassati in casse anguste o in scatole di cartone, caricati a bordo di barche e spediti al Golfo di Aden verso la loro destinazione finale: la penisola arabica. Oggi ci sono meno di 7.500 ghepardi allo stato brado, secondo il CCF. Altri 1.000 ghepardi sono stati tenuti prigionieri in mani private nei paesi del Golfo. Sebbene molti di questi stati – compresi gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita – vietino il possesso e la vendita di animali selvatici, l’applicazione è lenta.

Intanto il felino più a rischio d’Africa fa la sua comparsa in post sui social network. In alcuni scatti i ghepardi giacciono su auto di lusso, in altri vengono spinti in pozze, ricevono gelati e lecca lecca e vengono provocati da un gruppo di uomini. Per i ghepardi, una vita in isolamento può essere mortale, se il viaggio non li ha già uccisi. Molti cuccioli di contrabbando arrivano nel Golfo con gambe storte e rotte dopo un duro viaggio. Secondo Maker, tre ghepardi su quattro muoiono durante il trasferimento.

Il mammifero terrestre più veloce del mondo ha bisogno di spazio per correre e di una dieta speciale. La maggior parte dei proprietari del Golfo non sa come prendersi cura dei ghepardi e la maggior parte dei felini in cattività muore entro uno o due anni, hanno detto gli esperti alla Cnn. La conferma arriva anche dai veterinari dei Paesi del Golfo che hanno parlato con la Cnn solo a condizione di rimanere anonimi.
Uno di loro ha raccontato di aver visto i ghepardi soffrire di disturbi metabolici e digestivi perchè le persone non sanno cosa dar loro da mangiare. Altri animali soffrivano di malattie legate allo stress e obesità. La prigionia è “un vicolo cieco per i ghepardi”, ha commentato un collega.
In una dichiarazione alla Cnn, il ministero per i Cambiamenti climatici e l’Ambiente degli Emirati arabi uniti ha negato i casi di possesso privato di ghepardi e ha dichiarato che tutti i felini in questione si trovano in “strutture autorizzate” nel Paese. Il ministero ha anche assicurato di tracciare regolarmente gli annunci pubblicitari online per la vendita di specie in via di estinzione e di aver rimosso 800 di questi siti. Ma secondo i veterinari attualmente ci sono decine e decine di ghepardi che vivono in cattività, anche se il numero è diminuito negli ultimi anni.

Uno studio del CCF dell’anno scorso ha documentato 1.367 ghepardi in vendita su piattaforme di social media tra gennaio 2012 e giugno 2018, in gran parte negli Stati del Golfo Arabo. La Cnn riporta di aver contattato senza troppe difficoltà un venditore di ghepardi con sede a Riyad. L’uomo si vantava di aver portato più di 80 ghepardi nel regno. Ha spiegato di aver appena terminato un carico, ma che avrebbe potuto “consegnare un ghepardo entro 25 giorni”. Il venditore ha raccontato la storia dei “ghepardi allevati in buone condizioni nelle fattorie”. Ha raccomandato di dar loro da mangiare il pollo, cosa che i veterinari dicono che causa problemi di salute.

Il prezzo si aggira intorno ai 10 mila dollari, ma ci sono anche delle offerte. Il governo saudita non ha risposto alle ripetute richieste di commento della Cnn. Il mercato di ghepardi è vietato ai sensi dell’appendice 1 della Convenzione sul commercio internazionale delle specie a rischio di estinzione (CITES). Tuttavia, il commercio di animali selvatici è un grande affare, e il venditore con cui Cnn ha parlato faceva probabilmente parte di un più ampio traffico, secondo gli esperti delle forze dell’ordine. Si stima che il mercato di specie selvatiche valga fino a 20 miliardi di dollari all’anno, secondo le Nazioni Unite e l’Interpol. Ed è tra le prime cinque industrie illecite a livello globale, insieme al mercato della droga e al traffico di esseri umani.